Identità e orientamento sessuale

L’omosessualità e gli altri orientamenti sessuali

Perché a volte è così difficile capire il proprio orientamento sessuale? È normale sentirsi a disagio? E in che modo l’omofobia può ostacolarne il riconoscimento?

L’orientamento sessuale è una caratteristica tendenzialmente stabile, almeno in parte geneticamente determinata, che indica verso chi è diretta l’attrazione sessuale:

  • verso le persone dell’altro sesso (eterosessualità)
  • verso le persone dello stesso sesso (omosessualità)
  • verso le persone di entrambi i sessi (bisessualità)
  • verso nessuno (asessualità)

Una cosa un po’ diversa è invece l’identità di orientamento sessuale. Anche detta identità sessuale, è una componente identitaria che riguarda l’esperienza psicologica del proprio orientamento sessuale. In altre parole, se l’identità definisce ciò che siamo e ci consente di rispondere alla domanda “chi sono io?”, l’identità sessuale ci permette di rispondere alle domande “chi mi piace?”, “da chi mi sento attratto?”. Le persone, nella maggior parte dei casi, riconoscono e accettano il proprio orientamento sessuale come parte di sé (per esempio una persona può definirsi gay, lesbica o bisessuale).

Tuttavia, orientamento sessuale e identità sessuale non sono sempre “allineati”. Infatti può succedere che vi siano determinate attrazioni sessuali ma, al tempo stesso, si avvertano incertezza o disagio per il proprio orientamento sessuale, fino a negare le stesse attrazioni. Non c’è da stupirsi: per esempio, le attrazioni omosessuali, cioè quelle rivolte verso le persone dello stesso sesso, sono oggetto di stigma sociale, pregiudizi e discriminazioni e, in questi casi, non è detto che si riesca a riconoscere il proprio orientamento sessuale e accettarlo come parte di sé.

Data per scontata il più delle volte, l’eterosessualità può essere rappresentata come l’unico orientamento sessuale “normale”. Spesso, invece, l’omosessualità viene descritta come qualcosa di indesiderabile ed è soggetta a pregiudizi negativi e denigratori. Questi pregiudizi e assunti eteronormativi possono essere interiorizzati e condizionare, in maniera più o meno evidente e consapevole, i nostri pensieri e atteggiamenti.

L’omosessualità è stata oggetto di pregiudizi anche in ambito psichiatrico e psicoanalitico. Benché lo stesso Sigmund Freud ritenesse, con convinzione, che l’omosessualità non potesse essere considerata una malattia, né che fosse possibile “convertirla” in eterosessualità, alcuni dei suoi successori hanno diffuso teorie che hanno acuito lo stigma sociale. Queste teorie, non dimostrate e assai lontane dalla scienza, erano formulate sulla base dei pazienti omosessuali che questi psicoanalisti avevano in cura. In realtà si trattava di pazienti la cui sofferenza era riconducibile all’ostracismo sociale nei loro confronti, perché omosessuali, e non all’omosessualità in sé. Vedere nell’omosessualità la causa del loro disagio si è rivelato alquanto miope: come testimonia lo psichiatra e psicoanalista Otto Kernberg (2002, p. 10), “lo studio scientifico dell’omosessualità è senza dubbio un classico esempio dell’impatto deleterio che l’ideologia ha avuto sulla ricerca [...] e nessun ambito della psicoanalisi è riuscito a sottrarsi a tali contaminazioni e conflitti ideologici.”

Grazie alle loro prime ricerche scientifiche sull’orientamento sessuale, il sessuologo Alfred Kinsey e la psicologa Evelyn Hooker hanno aperto la strada a un “percorso di depatologizzazione” attraverso il quale si è giunti a dimostrare, sulla base di prove scientifiche, che l’omosessualità è una variante normale della sessualità. Così, in parte nel 1973 e definitivamente nel 1987, l’omosessualità è stata rimossa dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) dell’American Psychiatric Association (APA). Pochi anni più tardi, nel 1990, è stata rimossa anche dal sistema di classificazione ICD dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Ma cosa succede se i pregiudizi e gli atteggiamenti negativi verso l’omosessualità, cioè la cosiddetta omofobia, vengono interiorizzati dalle stesse persone omosessuali o bisessuali? In questi casi il riconoscimento e l’accettazione del proprio orientamento omosessuale o bisessuale possono essere ostacolati, fino a produrre quella che si suole chiamare “omofobia interiorizzata”: un atteggiamento negativo verso le proprie attrazioni omosessuali che vengono vissute con disagio o disprezzo, vergogna o senso di colpa. Sentimenti che possono prendere la forma dell’odio di sé, da cui pensieri di incertezza e smarrimento (“come faccio a capire se sono gay?”, “e se gli altri se ne accorgono?”, “cosa dirò ai miei genitori?”) e persino il desiderio di “cambiare orientamento sessuale”. Non c’è da meravigliarsi se molte persone si rivolgono allo psicologo per capire il proprio orientamento sessuale e, talvolta, avanzano richieste più o meno esplicite di “conversione” o di “terapie riparative”.

Insieme alle discriminazioni e alle violenze subite a causa del proprio orientamento sessuale, l’omofobia interiorizzata va a costituire una dimensione di disagio e di stress cronico denominata minority stress, cioè un tipo particolare di stress legato al fatto di appartenere a una minoranza, nel caso specifico quella sessuale. Come dimostra un certo numero di ricerche scientifiche sempre più consistente, l’omofobia interiorizzata e l’omofobia subita possono rinforzare il senso di colpa e di vergogna, favorire sentimenti ansiosi e depressivi, minare l’autostima, compromettere il rendimento scolastico e lavorativo nonché la qualità dei rapporti sessuali e delle relazioni sociali e sentimentali. La famiglia, in queste dinamiche, gioca un ruolo preponderante.

A tal proposito è utile ricordare che le minoranze sessuali hanno caratteristiche peculiari rispetto alle altre minoranze. Di solito, chi fa parte di una minoranza etnica o religiosa può contare su modelli di riferimento in cui riconoscersi e rispecchiarsi, trovando sostegno nella propria famiglia e/o nella propria comunità di appartenenza. Per le persone lesbiche, gay, bisessuali o asessuali possono invece venire a mancare questi spazi di supporto e condivisione, e può accadere che sia proprio la famiglia a veicolare le discriminazioni e rinforzare i pregiudizi interiorizzati: dalle battute di spirito ai messaggi denigratori veri e propri, i contesti familiari possono essere caratterizzati da livelli di omofobia più o meno elevati e più o meno espliciti.

A causa dell’invisibilità dell’orientamento sessuale, le persone lesbiche, gay, bisessuali e asessuali sono spesso messe di fronte alla scelta se comunicare il proprio orientamento agli altri, cioè se fare coming out. Non sono situazioni semplici, e può capitare di avvertire la sensazione di essere messi di fronte a un bivio: nascondere e camuffare la propria sessualità, e spesso anche i sentimenti e la propria affettività, oppure rivelare questa parte di sé? A volte questa scelta è necessario farla in un breve lasso di tempo, e magari in contesti relazionali dove l’eterosessualità è già stata data per scontata (si pensi a un ragazzo a cui viene chiesto “ce l’hai la ragazza?” oppure a una donna che viene invitata a cena dai suoi nuovi colleghi che le dicono “porta anche tuo marito!”).

In genere, il coming out segna l’inizio di dinamiche relazionali più autentiche. Tuttavia, non è sempre facile decidere se, quando e come farlo, soprattutto con i propri genitori e le altre persone più significative. Può essere utile comprendere il significato personale che ricopre il coming out: che cosa significa, per me, rivelarmi per ciò che sono o, al contrario, occultare una parte di me e quindi rinunciare alla sincerità e alla condivisione dei miei sentimenti con i miei familiari, i miei amici e le persone per me importanti?

Le reazioni al coming out potranno essere accoglienti o avverse, oppure inizialmente di preoccupazione e, successivamente, di condivisione e riconoscimento. Al coming out in famiglia, per esempio, segue di solito una fase di crisi, ma poi i rapporti divengono più autentici e le precedenti incomprensioni lasciano il posto a condivisione e sostegno reciproci. Anche se più di rado, può anche accadere che la famiglia trovi maggiori difficoltà ad accogliere il coming out e andare oltre una posizione di rifiuto o condanna.

Il coming out rimane comunque un passaggio evolutivo importante, i cui benefici possono valere le difficoltà da affrontare. Sapere di poter contare su una rete di sostegno (amicizie, associazioni LGBT, ecc.) può certamente aiutare. E se permangono dubbi, timori e incertezze, può essere utile consultare uno psicologo insieme al quale riconoscere se stessi e trovare il modo migliore per rivelarsi agli altri.

In alto: “Lion Gay Pride” di Laurence Barnes [CC BY-NC-SA 2.0], Flickr

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Si può diventare eterosessuali?

L’orientamento sessuale è una caratteristica tendenzialmente stabile. Eppure, la psichiatria e la psicoanalisi hanno provato a “convertire” l’omosessualità tramite elettroshock, terapie ormonali o le cosiddette “terapie riparative”. Questi tentativi, spesso basati su prese di posizione di matrice ideologica-religiosa e non su dati scientifici, partono dal presupposto che l’omosessualità sia una patologia dello sviluppo, per lo più attribuendone le cause al rapporto con i genitori. Ma se già Freud, nel 1920, affermava che “l’impresa di trasformare un omosessuale in un eterosessuale non offre prospettive di successo”, ormai la comunità scientifica è d’accordo nel considerare questi interventi inefficaci e dannosi, oltre che eticamente scorretti (come se si volesse “curare una malattia” che non esiste). Infatti, non essendo l’orientamento sessuale modificabile attraverso interventi psicoterapeutici o farmacologici, l’unico risultato che si può ottenere è la repressione dell’omosessualità, una pseudoeterosessualità, una sorta di eterosessualità finta e forzata che, invece di apportare benefici, esacerba il conflitto interno e procura danni, contravvenendo al vecchio adagio medico primum non nocere. È invece importante comprendere a fondo i vissuti delle persone che manifestano il desiderio di cambiare orientamento sessuale. Allo stesso tempo è importante che i clinici sappiano riconoscere i propri pregiudizi e suppliscano alla mancanza di (in)formazione su queste tematiche. Per approfondimenti si vedano le Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay e bisessuali (Lingiardi e Nardelli, 2014).

Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay e bisessuali (Lingiardi e Nardelli, 2014) Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay e bisessuali (Lingiardi e Nardelli, 2014) promosse dall’Ordine degli Psicologi del Lazio e recepite dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi

Consulenza psicologica e psicoterapia sono utili a comprendere e integrare la propria identità sessuale e ad affrontare le esperienze di omofobia e minority stress.

È possibile prendere un appuntamento presso lo studio Roma Eur oppure per una consulenza psicologica online.

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